Il cuore pulsante dello spettacolo è la domanda drammatica: “Come siamo arrivati fin qua?” e, soprattutto, “Come ne usciremo?”. Del Grande, con il rigore dello storico e il piglio del narratore, ci accompagna in una ricostruzione che parte dall’epoca in cui “non esistevano visti né passaporti” – come lo sbarco delle truppe africane a Marsiglia nel 1914 – e arriva alla tragica realtà odierna dei cinquantamila corpi annegati nel “cimitero Mediterraneo” (dal 1991). L’autore svela come la stretta sui visti di Schengen dal 1991 abbia di fatto creato un sistema di “apartheid alla frontiera”, legalizzando una segregazione basata sulla provenienza e sulla ricchezza, spingendo milioni di persone – prevalentemente non bianche e povere – a rivolgersi al mercato nero dei viaggi per esercitare un legittimo diritto alla mobilità.
Del Grande smonta le retoriche dominanti, mostrando con dati e riflessioni che la frontiera, nonostante i miliardi investiti in tecnologia, rimane simbolicamente aperta e che la maggior parte degli arrivi (anche in futuro) avverrà in aereo e legalmente, non con gli sbarchi. Il vero confine da abbattere è, secondo l’autore, quello “dell’immaginario”, fatto di paure ereditate dalle narrazioni coloniali e razziste.